giovedì 17 giugno 2010

Cosa accadrà ? Mele o il resto della frutta ?


Attivissimo ha scritto un pezzo ieri che è rimbalzato in internet per il tema piuttosto scottante.
Il discorso è molto ampio e difficile, soprattutto quando si parla di censura.
Recchioni riprende il discorso e ne fa dibattito qui e qui. E' ovvio che questo problema colpisca soprattutto la digitalizzazione di ciò che è arte visiva e chi ne paga molto le conseguenze è appunto il mercato dei fumetti che non può vivere senza immagini e le sue mirabolanti infinite possibilità narrative.
Io, che adoro gli schemi, ne ho fatto uno "e scusatemi se non è in scala", in cui si possa analizzare i passaggi e le politiche aziendali che trovo in linea con il discorso e ne amplifica il concetto.
Premetto: adoro l'Ipad, come ho trovato fantastico l'Iphone (io ho preso il 2g all'inizio e con quello sono rimasta perchè l' Apple spara la bordata pionieristica, ma poi le successive non superano di molto il primo, proprio perché il primo è stra avanti). Lo stesso è per l'Ipad e sono convinta che il concetto alla base dell'Ipad cambierà il corso degli eventi storici come sta facendo adesso.
Dallo schema emergono due fatti importanti per me: nella linea del Sacro Apple Impero c'è un contatto diretto tra distribuzione (Itunes) e la casa madre (Apple) e a quella simbiosi non si può prescindere, perciò per quanto i contenuti siano fatti da altri chi ne risponde ad oggi è appunto mamma mela (?) come in questo caso ? (la sentenza c'è e il mercato ne deve prendere atto).
Il secondo fatto sta lì nella colonna delle Finestre sui Mondi: per interessi, per politica, per numero di persone e aziende a conti fatti sono i più forti e arriveranno, o sì che arriveranno.
Ora, per tornare al punto fumetto, mi pongo delle domande:
Vale la pena mettere adesso su Itunes, l'unico vero mercato di adesso, fumetti vecchi o nuovi e sottostare alle leggi della Mela ? Per me sì, se non se ne fa una questione filosofica o ideale e si vuole esserci. Nonostante questo discorso, meglio uscire e poi riuscire un giorno, quando sarà possibile, con la versione integrale (risultato: alla fine si vende due volte). Per i prodotti e per gli autori nuovi vale il discorso antico: prima farsi conoscere, diventare famosi se si riesce e poi fare un po' quel che vuoi.
La Mela un giorno sarà meno bigotta e disintegrerà la colonna di destra dello schema ? La vera domanda è PERCHE' ha scelto questa linea ADESSO. Per me perché appunto hanno sempre avuto una politica pionieristica, quasi da ricercatori scientifici con alla base delle menti illuminate che però sbattono con un mondo enormemente più antico del futuro che presentano. Perciò tutti gli altri stanno a guardare e dicono: vai avanti tu e nell'andare avanti si scontrano con leggi non ancora fatte o vecchie, con pensieri e principi molto radicati (non dimentichiamo che l'azienda sta in U.S.A. dove le tette non sono poi così consentite come in Europa e se vuoi qualche finanziamento... se non vuoi che ti rompano le balle... etc. etc.)
Dylan Dog ? Non si sono fatti molti problemi a censurare i baffi di Groucho per fare il film in U.S.A. (sì lo so alla base c'è un problema diverso) e si faranno dei problemi a cambiare o rimettere mano su qualche tetta o scena di sesso di Montanari e Grassani (?) ? Ma certo che no se si vuole esserci e non sempre in ritardo e se si vuole VENDERE e sperimentare. E' giusto ? E' sbagliato ? La censura la trovo sempre sbagliata, ma ... ci sono dei ma ...
Dal canto mio, trovo assolutamente fattibile e anzi credo che bisognerebbe passare con il fumetto a questo nuovo impianto. Credo veramente che il futuro del fumetto debba e deve passare per le nuove tecnologie. Nonostante tutto ho il figlio più piccolo di 5 anni che per chiedere di accendere la luce dice: "clicchi la luce ?"

5 commenti:

Anonimo ha detto...

Ho letto il tuo post sulla censura e la Apple. Ho letto anche gli articoli a cui fai riferimento, nonche’ i commenti ad essi.
Devo dire che mi hanno fatto adirare (e non ho bevuto troppo caffe’ oggi). Innanzittutto non ho sopportato il fatto che nello schemino che hai messo in testa manca il grande giocatore, la mina vagante: il Pinguino. Fare un ragionamento Apple vs. Microsoft (magari con l’aggiunta di google) e’ un regalo clamoroso proprio alle due aziende. Ma su questo, ci arriveremo dopo, ricordando solo quanto il discorso sia incredibilmente castrato gia’ in partenza.
Ritengo che il modo di affrontare il tema debba essere suddiviso almeno in tre parti: leggi nazionali, politiche aziendali e comunita’. Tutte e tre queste parti, come ogni altra attivita’ umana, sono influenzate dall’etica e dal contesto storico (e quindi l’avanzamento tecnologico).
Le leggi nazionali ovviamente hanno il dovere di regolare i rapporti tra le persone di un dato stato e, seppur in maniera diversa, anche con quelle di altri stati. Il diritto di parola e stampa – si badi bene: non la censura – ovviamente ne fan parte. Ne consegue che gia’ un discorso che sostenga “in USA si censura questo mentre in Italia non si censura” e’ gia’ partito con il piede sbagliato. Il confronto tra due nazioni non puo’ essere effettuato sulla presenza o meno di una tetta o di un deretano. Il discorso e’ molto piu’ complesso. A legger il tuo commento, per esempio, si deduce che in USA la censura della sessualita’ sia piu’ alta che in Italia e, di conseguenza, la censura e’ piu’applicata in USA. Tuttavia va detto che secondo l’indipendente nonche’ importantissimo Freedom House l’Italia e’ classificata come paese a stampa ‘parzialmente libera’. In classifica l’Italia si trova solo settantanovesima (!) alla pari del Botswana e al di sotto di Stati Uniti (17mo posto), Francia, Bahamas, Germania, Islanda e Finlandia tra gli altri. Si tenga presente che in Italia si e’ ancora passibili di galera per diffamazione via mezzo stampa, cosa che non avviene in altri paesi.

Anonimo ha detto...

Nella classifica invece di Reporters sans frontiers l’Italia e’ quarantanovesima su 174. Posto che una classifica lascia il tempo che trova, posto che nella stesura di essa ci possono essere anche dei fini secondari, il solo fatto che vi sia il dubbio rimane questione inquietante. Quindi, e’ l’eventuale divieto da parte di un editore (ci arriveremo dopo) di far vedere le tette o meno equivalente a censura? E’ evidente che non e’ cosi’ e sfido chiunque a dimostrare il contrario. Quindi la questione diventa un dibattito forse eterno tra le leggi nazionali e il concetto di liberta’ di stampa.
Per dirla con le parole di Noam Chomsky: “Freedom of the press from state control is very high in the United States, much
higher than any other place I know”. Quindi, com’e’ possibile che in un posto in cui vi e’ apparentemente abbastanza liberta’ di stampa si arrivi ad ottenere delle limitazioni di fatto? Ci aiuta ancora Chomsky, spiegando in poche ma geniali parole il secondo punto di cui ho parlato sopra, quello delle “politiche aziendali”: “In the U.S., there is some diversity in the media, but overwhelmingly, they naturally remain within the basic agenda that’s pretty much set by their owners and their market, which is other businesses. It’d be amazing if it departed very much from that”. Sottolineo brevemente che Chomsky ne parla molto bene per altre ragioni nel suo libro “Manufacturing Consent”. In esso analizza un modello (“Propaganda Model) da lui formato e diviso in cinque punti: 1-Proprieta’ dei media 2- Origine dei ricavi 3- Fonti 4-Influenze/Lobby 5-Anti ideologie. Il discorso e’ troppo complesso per qui, quindi rimando al libro.
Appare chiaro che le politiche aziendali fanno da tirante per cio’ che viene reso disponibile. Non serve una mente per capirlo d’altronde. Sarebbe non solo stupido ma anche maleducato andare a chiedere alle Edizioni San Paolo di pubblicare la biografia non autorizzata di Moana cosi’ come sarebbe ridicolo pretendere che la Siffredi Productions produca DVD contenenti i discorsi, anche quelli piu’ noiosi, del Papa all’Angelus. Le linee editoriali esistono per una ragione ed e’ giusto che ci siano, sia per ragioni etiche che per ragioni di mercato. Con le linee editoriali si creano automaticamente i canali di vendita appropriati – seppur con qualche sovrapposizione. Le Paoline venderanno i libri di Pio X, altri negozi venderanno i DVD di Rocco. Alcune cose, ma in realta’ molto poche, si sovrappongono. Vorrei capire chi puo’ chiedere ai due canali di sovrapporsi. La Apple e’ un’azienda. La Apple ha creato una sua casa distributrice (iTunes e AppStore). Secondo il Primo Emendamento alla Costituzione degli Stati Uniti d’America e’ liberissima di pubblicare e non pubblicare quello che piu’ desidera. Ha il diritto di distribuire quello che vuole ed e’ giusto che nessuno li forzi. Io troverei molto ingiusto esser costretto a distribuire cio’ che trovo brutto, immorale, che non mi faccia guadagnare o semplicemente che non mi va a genio. Sarebbe un attacco alla mia liberta’. Esattamente come sarebbe costringere il New York Times a fare un articolo oppure anche influenzare i telegiornali per osannare/attaccare Berlusconi. Il concetto e’ identico. La Apple e’ composta da persone che hanno lavorato duramente, con un obiettivo in mente ed offrono un prodotto. Non ci piace? Se ne prenda un altro. Non ce n’e’ un altro? Lo si crei.

P.

Anonimo ha detto...

Si tende a limitare il discorso su Apple si’ o Apple no e la si rende solitamente una battaglia tra Apple vs Microsoft (computers) o Apple vs Google (mobile). Tanto di cappello a Jobs che e’ riuscito a mettersi al centro dell’attenzione. Tuttavia non si puo’ non valutare il terzo incomodo, la mina vagante nonche’ l’unico tool che e’ strettamente correlato ad internet sia per ragioni tecnologiche che storiche: Linux. Certo, qualcuno puo’ dire che Linux e’ difficile, che e’ per pochi eccetera. A parte che non e’ vero (installare ubuntu e’ a prova di imbecille), va anche detto che ogni cosa nuova richiede un minimo di lavoro. Anche quando si cambia automobile ci si impiega un po’ di tempo a capire ogni feature, le distanze e cosi’ via. C’e’ chi e’ piu’ veloce e chi meno, ma poco conta nel ragionamento. Ora voglio vedere quanti sanno che Linux Ubuntu e’ un sistema gratis, veloce, graficamente avanzatissimo, con ogni applicazione gratuita, con Office gia’ incluso e fatto per la maggior parte da volontari. Ogni aggiornamento e’ gratuito, e’ sicuro, non ci sono virus e cosi’ via. Ma non e’ la parte tecnologica quella interessante. E’ la parte filosofica. Quanti sanno che Ubuntu ha dentro uno store, simile a quello della Apple fatto per la paura della censura tra le altre ragioni? Immagino ben pochi. Quanti sono disposti ad imparare cose nuove, a diffondere certi concetti nuovi, a sbatterci la testa? Immagino ancora meno. Per questo mi danno fastidio questi discorsi. Voglio vedere chi e’ disposto a prendere il rischio di installare Ubuntu (o qualsiasi altro Linux eh) per ottenere la liberta’ che tanto si decanta. Immagino ben pochi. Ecco, chi no ne’ disposto a fare stia zitto invece di continuare a dire agli altri di fare in maniera diversa. Qualche tempo fa ho letto su una macchina un’etichetta che recitava qualcosa come : “Quelli che dicono continuamente che qualcosa non si puo’ fare devono smetterla di disturbare quelli che la stanno facendo”. La vedo alla stessa maniera. Nessuno ci obbliga a comprare l’iPad. Lo riteniamo il futuro e una cosa di cui non si potra’ fare a meno per leggere (anche se non e’ vero. Qui abbiamo il nook, il kindle, il Sony reader e mille altre scelte)? Riteniamo iTunes il futuro per vedere i film (anche se non e’ vero. C’e’ Netflix a pagamento e Hulu che permette legalmente di vedere film e trasmissioni televisive NUOVE gratuitamente)? Va bene. Ma allora impariamo PRIMA a capire cosa sono. Solo in questo modo potremo cominciare a capire che non sono necessari ne’ fondamentali proprio per la loro natura e il loro elemento fondamentale, cioe’ internet. Se poi manca la voglia di usare il cervello e un po’ di inventiva, chesso’ usando Linux, unendo fumettisti per creare un comic store online o cose simili, allora tantovale chiuder la bocca. Se si vuole la liberta’ - indipendentemente dalla sua definizione - si deve imparare e lavorare. E’ cosi’ da quando la civilta’ umana esiste. Serve inventiva.
Personalmente pubblicherei con Apple senza problemi secondo il loro contratto e, nel caso, pubblicherei anche da altre parti.

P.

latte e sangue ha detto...

Il mio schema non voleva concentrarsi sul discorso App vs Win, dovrebbe essere più ampio e comprendere altri mille fattori.
Mi sembra chiaro (e non c'è bisogno di schema) che Appstore appartiene a Apple perciò detta legge. Tutti gli altri Xstore che nasceranno o che sono già esistenti sono un'alternativa con regole diverse e modalità diverse. Perciò o ci stai con le regole di App Store o te ne vai da un'altra parte.

latte e sangue ha detto...

Comunque ne hai di tempo per scrivere... è così che programmate per gli elicotteri ?