sabato 28 marzo 2009

Nonentity

Sto preparando in questi giorni, nel tempo poco libero, un piccolo montaggio video per smentire il mio post precedente (godo nel contraddirmi). Il video riprende come tema "Nonentity, il ritorno dell'esteta del massacro" che ha debuttato nel 2004. Qualche tempo fà è tornato fuori grazie alle spire di Facebook.
Lo spettacolo aveva un senso particolare, soprattutto per il periodo. Nonostante fosse la mia seconda drammaturgia e la prima collaborazione con la regia di Fulvio, a distanza di anni Nonentity suscita ancora in me ancora voglia di sperimentare come se ci fossero ancora un sacco di cose da dire e approfondire sul personaggio. Intanto vorrei raccogliere più materiale possibile per poi farne un vero e proprio portale contenitore, comunque cercando in rete ho trovato qualcosa sul sito di Alessandro Minoggi:

- La presentazione dello spettacolo ---> qui
- Una sezione del sito di Minoggi per la scenografia ---> qui

Una delle riprese video usate per lo spettacolo con Alioscia Vicaro alias Nonentity (alla macchina da presa Fulvio Vanacore e Bruno D'Elia)
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e INEDITE due tavole sfornate settimana scorsa firmate da moi & il Neri a ritmo di rocccchen roll ! la figura femminile disegnata da Nonentity nella s
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Indovinello (soprattutto per i fumettisti provenienti dalla Scuola del Fumetto di Milano): da dove proviene la figura femminile disegnata da Nonentity nella seconda tavola ?

giovedì 26 marzo 2009

La vera forza è senza parole

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No, non è quel benedetto post che transita ormai da secoli tra il computer e il mio personalissimo Iperuranio. E’ tipico mio lasciare detto che vado e non dire quando torno, è un pessimo difetto … non per me, ovviamente, lo è per gli altri. Così mi perdo, ma quanto mi perdo; anche solo stando nel letto.
Non ho propriamente una gran salute di ferro negli ultimi due anni così in questi giorni mi hanno fatto di nuovo compagnia scatolette di medicinali da sveglia e quintalate di sogni nel sonno (provocati probabilmente dai medicinali). Stasera però mi sono concentrata su una scatoletta in particolare, ho finto di essere cieca e ho studiato il braille. Adesso so riconoscere ad occhi chiusi e solo con le dita le seguenti lettere: A, S, P, I, R e N. Un grande balzo evoluzionistico delle percezioni, ma totalmente inutile per il resto del mondo.
Allora non contenta e sempre con il supporto medicinale comincio la domanda: “ma se dovessi raccontare una storia a dei ciechi come faccio ?” , tralascio la seria e giusta preoccupazione di Cristian di fronte a me e continuo “no seriamente, a dei ciechi non puoi fare una descrizione, non puoi descrivere e basta è da bastardi, puoi solo approfondire le sensazioni”. Così vado avanti con il mio esperimento sotto farmaco e fissiamo una foto in bianco e nero di Sylvester Stallone, un primo piano per la precisione, appesa in cucina. “Se quella foto fosse una vignetta non posso solo dirti che è un uomo con un certo cappello e con una sigaretta in bocca, quella foto dice molto di più. Dal momento che riesco a descriverti con solo le parole quella vignetta e tu riproduci quell’immagine di conseguenza non ha più bisogno né di dialogo né di didascalia”. E’ risaputo il mio odio verso le didascalie e i dialoghi eccessivi. “Bisognerebbe partire sempre da tutte le percezioni tranne quella visiva per poi arrivare all’immagine”.
Un mezzo busto, un uomo che aspetta. Quante varianti a seconda della sensazione quest’uomo cambia senza bisogno che cambi l’inquadratura. Se si cinge con le braccia ha freddo, se si guarda le unghie è da un po’ che aspetta, se guarda in alto un po’ se ne frega del tempo che passa, se ha le braccia dietro la schiena e guarda dritto di fronte a sé sta fissando qualcuno. Ecco, non sto dicendo chissà che cosa. Anzi direi di essere al corteo della banalità, il problema è che vedo passare questo corteo un po’ troppo poco. Seguendo la cattiva compagnia teatrale, nel senso che sono io la cattiva compagnia e non il teatro, ho preso un vizio. Nel lavoro suddivido gli ingredienti in percentuale e scrivo in diversi stadi. Così sto facendo per il cortometraggio: i dialoghi in un tomo, le inquadrature in un altro tomo. Le parole e le immagini viaggiano su binari diversi fino a quando quello che descrive l’immagine viene tolto al dialogo asciugandolo di inutili bla bla. Esempio idiota (non posso usare i dialoghi del corto): se per esempio un uomo si trova di fronte a una bellissima cascata è da idioti fargli dire: “Oh ma che bella cascata”. Sembra una cazzonata, ma è una cosa che vedo più spesso di quello che dovrebbe. L’unica cosa su cui si può lavorare è per l’appunto la sensazione. Come risponde quest’uomo di fronte alla cascata senza farlo parlare ? E’ stupefatto ? E’ indifferente ? Ride di gioia o piange ? Il dialogo è pericoloso, difficile e bastardo. Se per spiegare una cosa c’è bisogno di usare le parole, la sequenza è sbagliata, è sbagliata, non ci sono volatili !

Comunque secondo me il cocktail perfetto per un buon fumetto a largo consumo è:

70% di immagini
30% di scrittura suddiviso in 25% di dialogo e 5% di didascalia
3 cubetti di stile
un ombrellino editoriale
e una cannuccia di distribuzione
(fate voi il vostro cocktail)

P.S. amo il whiskey invecchiato e senza ghiaccio (che vorrà dire ?)

Esempio da persona seria: “L’uomo che cammina” di Taniguchi