lunedì 29 dicembre 2008

Gli lascerò “Le petit Nicolas” perché il Corriere dei Piccoli è stato assassinato.

Come puoi spiegare a un bambino un delitto grave ?
Mi scervello, mi arrovello, mi chiedo e non so da che parte cominciare. Poi l’unica risposta sensata che riesco a darmi a un certo punto è che c’è poco da nascondere e che con un bambino puoi parlare chiaro e l’importante è farlo con concetti semplici.
Allora gli racconto una storia:


Tutto cominciò quando la Coca-Cola andò da Babbo Natale e gli chiese di cambiare il colore del suo abito da verde tradizionale a rosso Coca-Cola in cambio di una sponsorizzazione. Babbo Natale accettò di buon grado, insomma erano tempi difficili e riuscire a convincere ancora i bambini della sua esistenza con tutta quell’ informazione e l’intrattenimento che stava nascendo diventava un’impresa sempre più difficile, inoltre avere qualche soldino in più poteva dare al laboratorio di Babbo una spinta per poter raggiungere meglio e regalare più doni ai bambini dei paesi più disagiati. L’idea era ottima e brillante e poi perché no, se tutto questo poteva aiutare la ditta a fare qualcosa di buono per i bambini e a migliorare perché rifiutare ?!
Venne il giorno della prima sessione fotografica e Babbo Natale era eccitatissimo all’idea, così come tutti i suoi collaboratori: folletti, fauni e fate che avevano per lui confezionato questo nuovo abito tutto rosso. In mezzo alla sala del camino di fronte al grande specchio, Babbo Natale guardava questa sua nuova immagine e l’abito era davvero splendido. I folletti lo avevano fatto con una stoffa ricavata dai ciclamini di campagna e le fate lo avevano lavato con l’acqua del pozzo d’oro. Erano tutti rimasti a bocca aperta, quel nuovo Babbo Natale avrebbe illuminato nuovamente il sorriso dei bambini di tutto il mondo.
Così Babbo Natale due folletti, un fauno e una fata partirono alla volta del set fotografico.
Erano già tutti pronti, la scenografia era una perfetta riproduzione di un bosco innevato, fotografi, assistenti, segretari e galoppini erano già sul set in attesa di iniziare il lavoro, ma quando Babbo entrò nella stanza un urlo acuto squarciò il mormorio nella sala. L’art director schiantò la sua cartelletta per terra e con passo furibondo si avvicinò a Babbo Natale e gli chiese con fare nervoso: “Ma che cos’è questo ?!” , “Ma come signor Art Director, questo è il nuovo abito rosso per la sua campagna pubblicitaria. Non lo trova splendido ?” rispose Babbo Natale con sorriso illuminato. “Ma cosa sta dicendo ?! Questo non è il nostro rosso ! Questo non è il rosso Coca-Cola ! Ho dato il brief alle fate e lei si presenta in questo modo?!” “ Cos’è il brief ?” disse il fauno”, “Stia zitto lei caprone ignorante !” ribattè con tono maleducato l’Art Director. “Signor Art Director, quest’abito è stato fatto dalle mani dei miei folletti ricavando fili dai ciclamini di campagna, non si è mai visto rosso più bello e inoltre le fate lo hanno lavato nel pozzo d’oro che lo hanno reso più scintillante della seta e luminoso come una stella” disse Babbo con tono pacato. “ Senta signor Babbo Natale, lei può fare tutti gli abiti che vuole con nanetti e streghe, ma nel mio mestiere bisogna seguire una linea, dare una coerenza, dare un impatto visivo che ricolleghi al prodotto e quest’abito non è adatto allo scopo !” “Hei ! Ho qui qualcosa che può andar bene !” interruppe un assistente addetto alle luci “ E’ un abito che abbiamo fatto fare per le sessioni di prova sul colore, a Babbo Natale dovrebbe andare.” L’art Director strappò di mano il vestito all’assistente e lo porse dinnanzi a Babbo Natale, ma Babbo scosse lentamente la testa: “ Mi dispiace, quest’abito non ha la magia e io non posso metterlo.” “ Non ha la magia ?! Sta scherzando ? Non siamo mica in una favola, qui siamo in un set pubblicitario e la fantasia semmai è al servizio del prodotto !” A queste parole Babbo, scusatemi, non ce la fece proprio a conservare la sua proverbiale pazienza e fece un cenno ai suoi amici. La fata cominciò a girare vorticosamente intorno a tutti i presenti creando intorno a loro un muro di luce, il fauno si mise in mezzo alla stanza e pestando con gli zoccoli aprì un buco fino al centro della terra e i due folletti passando a rassegna uno per uno infilarono le loro manine dentro il petto di ognuno di loro e ne tolse il cuore infilandoli dentro a un sacco. La fata fece un prodigio a quel sacco pieno di cuori umani per mantenerli vivi, ma fuori dal corpo dei loro proprietari. Poi il fauno prese il sacco e lo butto dentro al crepaccio che si richiuse poco dopo.
Ci fu silenzio, agghiacciante e raccapricciante. Babbo Natale ruppe questo silenzio dicendo solo due parole: “Vi era stato fatto il dono di mettere dentro voi stessi la risposta a tutto, ma non meritate tanta facilità. D’ora in avanti dovrete affannarvi a cercare dentro e fuori voi stessi. Solo i bambini che io amo nasceranno sempre con dentro l’infinito, starà a voi adulti evitargli la vostra stessa condanna.” Così Babbo Natale sparì e tornò a rifugiarsi nella terra delle renne e non si fece mai più vedere agli occhi di alcun umano.
Ma si sa ! Lo show deve continuare e Babbo Natale stracciò il contratto con la Coca-Cola, così venne chiamato per l’occasione uno dei più grandi illustratori del mondo e fecero lo stesso la campagna con un Babbo Natale disegnato e la cosa fu di grande successo.
Babbo vero dal canto suo non se ne curò e non se ne cura nemmeno adesso perché lui sa che solo certi bambini hanno la fortuna di vedere la verità e possono avere la fortuna di vedere il vero Babbo Natale così oggi, così per sempre.



Si lo so. Vado spesso fuori tema, ma non più di tanto. La causa di questo raccontino è un insieme di cose: le feste e il “Mosso” che mi ha mandato Paolo Interdonato che risveglia in me bestie feroci (adesso capisci perchè tra i demoni ?). Non sono la prima, anzi sono l’ultima a parlarne di questa rivista on line e il secondo numero che mi è arrivato è sul defunto Corriere dei Piccoli che gli adulti hanno ucciso. Io, anzi mio padre conserva tutto il primo anno del Corriere dei Piccoli e l’ho guardato molto spesso quel pezzo di antiquariato dei primi novecento. Io ho vissuto da bambina gli ultimi anni di vita e io oggi non ho niente da offrire a quel livello: così professionale, così dalla parte dei bambini in maniera genuina per come lo hanno avuto generazioni. Il mondo sta fallendo e io come madre di conseguenza. L’altro giorno mi è ricapitato di ripensare alla mia prima lettura francese d’infanzia: “Le petit Nicolas”, benedetta carta che sopravvivi a tutti questi millenni e che riesci a farmi lasciare un’ eredità… almeno quella dei libri.



Capo Nord


(l'anno in cui vidi il vero Babbo Natale)

sabato 20 dicembre 2008

Questione di soggettive (perché ti devo una spiegazione, seppur complicata)



Io che guardo, tu che guardi. E’ una questione di soggettive. E le soggettive sono vere, perché le soggettive sono soggettive e vedono con gli occhi di quello che siamo.
Il presente è soggettiva, il passato è un insieme di ricordi fatti con inquadrature e una regia. I ricordi li viviamo facendo scelta tra tutte le inquadrature possibili a seconda del sentimento che ci suscita o che desideriamo.
Così vedo in campo lungo me stessa quel 22 dicembre (tu sai), che per festeggiare il mio compleanno ero nuda e sola tra le onde di quel mare di Sicilia illuminato dalla luna e con in corpo una discreta quantità di champagne. E mi vedo sempre a figura intera con quella foga di buttarmi tra le onde gigantesche e lunghe per giocare con la schiuma del mare. Mi vedo da lontano perché è una me stessa lontana e irripetibile, mi vedo da lontano perché quell’unica persona che mi stava guardando avevo capito che un giorno l’avrei esclusa dalla mia vita. E io ricordo quella notte con quegli occhi, non con i miei.
E rivedo me stessa in campo medio seduta con lo sguardo all’infinito con appoggiato alla mia schiena Cristian, tutti e due in silenzio e con le lacrime agli occhi. Ogni volta rivedo ruotare il mondo intorno a noi che seppur in mezzo a un prato del parco Sempione di Milano ci sentivamo disperatamente soli perché l’idea di tenere un figlio così giovani avrebbe cambiato per sempre la nostra soggettiva.
Anni spesi a rivedere momenti, a cambiare inquadrature, a mettere a punto la mia regia dei ricordi fino a quando non mi sono costretta a guardare in soggettiva e a capire le soggettive. E ho notato una cosa.
Quando ho capito che la soggettiva di quel primo figlio, voluto disperatamente, vedeva in me una cosa enorme e importante, la mia soggettiva era contraria perché lo vedevo piccolo e indifeso. Allora mi è venuta in mente un’altra soggettiva di molti anni prima; i miei occhi da adolescente puntati a quell’eclissi solare in mezzo all’oceano pacifico, quel minuto in cui la luna coprì totalmente il sole e potei togliere la protezione agli occhi ribaltai la soggettiva per guardare con gli occhi della luna e per lei ero piccola, infinitamente piccola e indifesa.
Così ero la luna per mio figlio e io ero mio figlio sotto quell’eclissi perché le soggettive non sono un inizio, sono la fine, il risultato di tutto.
E il mio risultato dopo tutti questi anni è una soggettiva in equilibrio, una soggettiva voluta con tutte le energie possibili e quando guardo non dimentico che le soggettive sono diverse a seconda di chi sta guardando, sono il risultato di quello che siamo e di quello che pensiamo.
Ho scelto di vivere in soggettiva e di non vivere più di inquadrature e questo significa cercare la coerenza, la coerenza totale costi quel che costi. Questo significa non avere più coperture, significa spogliarsi di ogni protezione per poter vivere in pieno quello che sono, alla ricerca di me stessa, per tutto il resto posso regalarmi il dono della regia e vivere i ricordi come più mi fanno stare bene.

Se qualcuno scaglia una freccia alle mie spalle e io vedo solo in soggettiva è sicuro che mi colpisca, ma se scelgo un’altra inquadratura e vedo me stessa e una freccia che sta arrivando c’è qualche possibilità che riesca a spostarmi in tempo, però questo significa barare, invece voglio imparare a difendermi senza false strutture, dovessi metterci una vita. Ho deciso di rischiare in soggettiva e non posso permettermi di sbagliare, non più.




Il pezzo qui sopra che già conoscevo, "metamorphosis", è farina del blog di Boris ed ha tutto un altro significato sul suo bog... sul mio ha una SOGGETTIVA diversa.

Sanguino lettere







martedì 9 dicembre 2008

La ballata del Protagonista

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Un personaggio si ritrovò, suo malgrado,
ad essere chiamato protagonista in una storia,
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allora venne scolpito solo di doti che la realtà non sa mantenere,
da delle mani zeppe di niente e di noia.

Al personaggio fu imposto un amico e una donna,
questa per sentirsi felice e l'altro per portarlo in gloria,

ma il personaggio alla lunga risultò noioso
e privo di quel fuoco degno dell'ammirazione.

Così sul percorso della sua storia venne aggiunto ahimè il suo doppione,
che di nero venne tinto per apparire diverso e peggiore.

Il doppione stanco di essere chiamato antagonista gli uccise l'amico e la donna per la vergogna
e costrinse il suo protagonista a guardarlo al di là dello specchio della menzogna,

ma il protagonista, accecato dalla vendetta, di fronte al riflesso non si riconobbe,
così decise di portare tutti e due nel profondo degli abissi al giudizio della Morte.

Entrambi di fronte al grande giudice della Vita chiesero chi tra i due fosse degno della Gloria,
ma la Morte che in due vide una persona, rispose che senza uno non esisteva la Vittoria

andarono via con nel cuore questa risposta
e uno dei due, non importa chi lo disse, fece una proposta:

"Se siamo costretti a camminare incatenati tra il bene e il male
solo una cosa ci rimane da fare;
fare in modo che nessuno dei due vinca
per portare all' infinito la nostra esistenza,
in questo modo potremo vivere per sempre
e far sì che chi ci ha creato, in eterno sia dannato."